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Non siamo infallibili: usiamo Tippy

5 dicembre 2016 – Ore 8,20.

Sono in ritardo, maledetto passaggio a livello perennemente chiuso e maledetto semaforo rosso. Sono in auto che impreco perché non voglio fare tardi al lavoro.

Peccato che mi abbiano licenziata cinque giorni fa e che io al lavoro non ci debba andare.


Il semaforo diventa verde, giro a destra sul viale che per sei anni ho percorso ogni mattina con il pilota automatico impostato nel cervello, quando dai sedili posteriori una vocina stridula mi riporta alla realtà dicendomi “mamma, ma non stiamo andando all’asilo?!”.

Mi si gela il sangue nelle vene, mi rendo conto di ciò che stavo facendo e di ciò che sarebbe potuto accadere, se solo Niccolò fosse stato più piccolo e ancora incapace di parlare.

Accosto l’auto in un parcheggio poco distante e scoppio a piangere, perché in quel momento è l’unica cosa che il mio corpo è in grado di fare.

Sgancio la cintura, salgo sul sedile posteriore, lo abbraccio singhiozzando senza riuscire a smettere di sussultare. Poi mi ricompongo, chiamo in asilo accampando una scusa per spiegare che Niccolò non arriverà e torno a casa con lui perché ho solo bisogno di aggrapparmi in silenzio a quel pezzo di carne che da due anni mi riempie d’aria i polmoni.

Nessuno lo ha mai saputo ma dopo quel giorno, dopo quell’episodio, se ne sono susseguiti molti altri. Non uguali, certo, ma comunque allarmanti.

Dopo il licenziamento, per circa un mese, ho portato Niccolò all’asilo ogni mattina alle 8,15 e ogni mattina ho percorso il tragitto per andare al lavoro, anche se un lavoro non lo avevo più, e ogni maledetta volta me ne sono resa conto solo a quel semaforo.

Cosa bizzarra, a volte, il cervello.

Tanto complesso e straordinario quanto imprevedibile e fallibile.

Il mio, nella fattispecie, dopo sei anni di quotidianità e di imperturbabile routine ha impiegato oltre un mese prima di elaborare il fatto che io non dovessi più andare in ufficio.

E sono convinta che, se non fossero cadute a fagiolo le festività natalizie a porre un freno a quello stupido pilota automatico, disinnescando quel meccanismo rodato fatto di incastri mattinieri, probabilmente avrei continuato ancora.

Mi chiamo Silvia, ho 30 anni e sono mamma di un meraviglioso bambino di tre anni e mezzo che amo alla follia e che proteggerei in qualsiasi circostanza o situazione a costo della mia vita, dovesse mai accadere qualcosa.

Mi chiamo Silvia, ho 30 anni e il 5 dicembre 2016 stavo per andare al mio inesistente lavoro dimenticandomi di mio figlio, che se ne stava comodo nel suo seggiolino sul sedile posteriore dell’auto. O, meglio, convinta di averlo portato all’asilo e di non averlo con me.

Dio solo sa cosa mai sarebbe potuto accadere, forse nulla o forse la fine della mia esistenza, se solo quell’episodio si fosse verificato un anno prima, quando Niccolò era un bambino paffuto abituato a godersi i viaggi in auto senza fare il minimo movimento e senza emettere alcun suono, limitandosi a guardare fuori dal finestrino con il faccino perennemente imbronciato. O se fosse stata estate, anzichè pieno inverno.

Non voglio nemmeno pensarci.

Però, se vi ho raccontato di questo buco nero della mia maternità, è perché una cosa ve la voglio dire.

E ve la voglio dire con il cuore in mano e con l’umiltà di chi ha ben chiaro cosa significhi vedersi sgretolare le proprie certezze davanti agli occhi in una frazione di secondo, sentendosi una madre di merda che più di merda non si può.

Siamo esseri umani, e siamo incredibilmente fallibili.

Ogni maledetta volta [e purtroppo ormai non è così raro soprattutto in questo periodo dell’anno] che sento al telegiornale o leggo sui giornali di un bambino “dimenticato” in auto dalla mamma o dal papà nel parcheggio del posto di lavoro e rinvenuto soltanto parecchie ore dopo, spesso con esiti drammatici, mi sento male.

E la cosa che fa più male è leggere quel “dimenticato”, perché suona come la peggiore delle accuse.

Genitori condannati senza processo ad una gogna senza fine e privati di quel briciolo di umanità e comprensione da parte di chi, anziché analizzare e comprendere, si limita a giudicare superficialmente senza alcuna pietà.

Ma quale genitore, secondo voi, potrebbe mai dimenticare e lasciar morire il proprio figlio in auto?! Quale?!

Vi imploro di mettervi una mano sulla coscienza quando, davanti al vostro piatto di pasta, vi sentite in obbligo di giudicare in modo lapidario quella notizia appena appresa dalla televisione. E vi prego di non inorridire di fronte a quella che a voi pare una vergognosa dimenticanza per la quale quel genitore si merita di crepare bruciato all’inferno.

Quella “dimenticanza” ha un nome: si chiama amnesia dissociativa e, per quanto non lo vogliate ammettere, può colpire chiunque.

Non importa quanto visceralmente amiate i vostri figli.

Non importa quanto siate convinti che sia la cosa più lontana dalla vostra vita.

C’è.

Il cervello si disconnette temporaneamente dalla realtà [e non è che lo vuoi, capita e basta] e quando si riconnette, magari anche dopo soli pochi minuti, ti fa credere di aver fatto qualcosa che è però avvenuta solo nella tua testa e non concretamente.

E può capitare anche a voi che siete convinti non esista e che sia solo un modo morbido per giustificare un pessimo genitore che ha causato la lenta e atroce morte del proprio figlio dimenticandolo in auto sotto il sole cocente di luglio.

È per questo motivo, per scongiurare questa remota quanto concreta possibilità, che sono stati progettati dispositivi come Tippy.

Sicuramente quel 5 dicembre 2016 a me è servito per riconsiderare alcune mie errate convinzioni e, soprattutto, per abbracciare con il sorriso un progetto che mi sta a cuore e che ho accolto con talmente tanto entusiasmo da essere convinta che debba diventare uno strumento imprescindibile per qualsiasi neogenitore o futuro genitore.

Vi presento Tippy.

Tippy è uno strumento di una semplicità disarmante, che ho cercato in lungo e in largo per molto tempo chiedendomi per quale folle ragione nessuno lo avesse ancora inventato.

In verità c’era già, solo che è ancora talmente inconcepibile e priva di ogni umana logica l’idea che un genitore possa rimuovere dalla propria testa la presenza del proprio bambino in auto, che non sono in molti a sapere della sua esistenza.

Dal mio punto di vista, scusate se sembro uscita da una televendita di TeleLombardia ma vi giuro che sono profondamente convinta dell’utilità di Tippy, ogni genitore dovrebbe averne uno installato su ciascuna delle proprie auto.

Se diventasse un obbligo di legge alla pari dei seggiolini [anche se esiste chi non usa nemmeno quelli, sempre per il delirio di onnipotenza e la convinzione che le cose brutte capitino sempre e solo agli altri] non si porrebbe più neppure il problema.

Tippy Smart Pad è un sottile cuscinetto universale, adattabile a qualsiasi seggiolino con o senza attacco centrale [sul gruppo 2/3 come in foto, privo di attacchi centrali, si appoggia senza pericolo che si sposti perché realizzato in materiale antiscivolo], dotato di un sensore interno che si attiva con la pressione generata dal peso del bambino, rilevandone la presenza sulla seduta del seggiolino auto.

È sufficiente installare l’apposita app sul telefono, registrare i propri dati ed attivare il bluetooth: se vi allontanate dall’auto e Tippy rileva la presenza del bambino sul seggiolino, emette un intenso segnale acustico di allarme [e, quando dico intenso, intendo proprio intenso] e, nel caso in cui non vi riavviciniate all’auto nel giro di un minuto, invia un messaggio di allerta ai contatti di emergenza che avete impostato in fase di installazione, comunicando non solo il pericolo ma anche l’esatta posizione dell’auto in quel preciso momento, consentendo a chi riceve il messaggio di intervenire tempestivamente sul posto o, in caso in temporanea impossibilità, di allertare i soccorsi.

Io definisco Tippy un dispositivo salvavita.

Come dicevo: semplice, diretto, efficace.

Un dispositivo sottovalutato e con un solo difetto: funziona.

E, forse, è la cosa più difficile da ammettere.

Perché ammettere di usarlo significa ammettere di sentirsi fallibili e vulnerabili.

Impariamo a scendere dal piedistallo e impariamo a riconoscere la concreta possibilità che esistano dei limiti che esulano dalla nostra capacità di controllo.

Solo così potremo essere dei genitori migliori.


Per maggiori informazioni su Tippy, visitate il sito www.tippyonboard.com

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Per conoscere il rivenditore più vicino a voi: http://tippyonboard.com/it/dove_trovare_tippy/

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