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La zia Carla, le zollette di zucchero e i bei ricordi

Ve le ricordate le zollette di zucchero, quelle nella scatola di cartone che non mancavano mai a casa delle zie e delle nonne?!

Io avevo la zia Carla che mi faceva da pusher, ed avevo pure un vantaggio: gliele fregavo a manciate e lei non se ne accorgeva nemmeno.

Già. Perché la zia Carla, che non aveva mai voluto farsi operare di cataratta e che superava di un bel po’ gli ottanta, era diventata con il passare del tempo pressoché cieca e a stento intravedeva vagamente delle ombre, se proprio ci si metteva d’impegno.

E allora io, in quell’età che oscillava tra i quattro e i sette anni, ricordo perfettamente che mi impegnavo di brutto per esibire in modo teatrale il mio lato più minchione minando bonariamente la sua salute a giorni alterni: nei giorni pari, esponendola al rischio di infarto; nei giorni dispari, tentando di avvelenarla.

Lo so, ero bastarda, ma cosa potevo farci?!

Dopotutto si sa, i bambini non peccano di malignità nel fare le cose e io, quando d’estate mi divertivo ad entrare in casa sua (teneva sempre la porta spalancata, era un chiaro invito a farmi entrare) levandomi le scarpe per non farmi sentire e le sbucavo dietro le spalle strillando “Buuuuu” e facendola saltare come una cavalletta, lo facevo perché le volevo bene.

E lo stesso valeva per quando, mentre lei si preparava il caffè o il pranzo, le invertivo i barattoli dei condimenti facendole bere degli ottimi caffè salati o dei gustosi tea dolcificati con il caffè macinato in polvere.

Come dicevo: infarto o avvelenamento.

E questa è la fetta dei ricordi che ancora oggi mi strappa dei grandi sorrisi.

Ma di cose che facevo con la zia Carla, in verità, ne ricordo molte altre. 

Ricordo ad esempio che, sempre in estate, si sedeva sulle scale esterne di casa ad aspettarmi e passavamo pomeriggi infiniti insieme a giocare a “Pin Pin Cavalin”, ovvero il gioco della conta nel quale si doveva indovinare in quale pugno chiuso l’altra persona tenesse qualcosa. Noi ci giocavamo nascondendo tra le mani un sassolino di quelli che ricoprivano tutto il cortile della zia.

E ricordo che baravo immancabilmente anche a Pin Pin Cavalin. Tanto la zia non vedeva un tubo, quindi fingevo che avesse sbagliato mano anche quando in realtà il sassolino lo aveva trovato per davvero. 

A ripensarci adesso, la zia Carla aveva davvero una pazienza infinita: viveva sola, era molto anziana e dunque le sue amiche le aveva ormai seppellite tutte, non era solita ricevere molte visite eppure si ritrovava me, cagacazzo per vocazione, a tampinarla per pomeriggi interi, e non faceva una piega. Aveva la sensibilità di uno sciamano.

Poi ricordo, appunto, le zollette di zucchero.

Milioni di zollette di zucchero.

Le teneva nella credenza intarsiata in soggiorno, quella con le vetrine che era sempre chiusa a chiave.

Non potevo fregarla e prenderle di nascosto: la chiave faceva rumore e lei – cosa prevedibile – compensava la cecità con un udito da cimice della CIA.

Allora gliele chiedevo sempre, tanto ci fosse mai stata una volta in cui avesse detto di no, però poi ne tiravo su una manciata piena e me la infilavo quatta quatta in silenzio nella tasca dei pantaloni o del giacchino, appiccicandomi tutta e riempiendo i fondi delle tasche di granellini bianchi.

Sono ricordi semplici, questi qua, di quelli che smuovono una nostalgia positiva, lenta, ovattata. 

Sono passati venticinque anni, eppure li conservo nitidi e fragili come cristallo, di quello buono per gli ospiti che se ne sta lì nel mobile e che ogni tanto tiri fuori, prendi uno strofinaccio e gli dai una bella lucidata per levare via gli aloni opachi e farlo tornare a splendere. 

Alla fine è un po’ quello che ho fatto oggi.

Aprire la credenza e passare uno strofinaccio su dei ricordi di infanzia che non sbiadiranno mai.

Ogni tanto si appanneranno, quello sì, ma basterà una lucidata qua e là per farli tornare a vivere.

°   °   °   °   °   °   °   °   °   °   °   °   °

“Pin pin cavalin, sotà al pè del taulin: pan pos, pan fresc, induina che lè propi quest!”

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