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Shopping vietato (alle mamme di figli maschi)

Credo di non dire nulla di nuovo.

Neanche avessi scoperto l’acqua calda.

Avere un figlio maschio è, dal punto di vista dello shopping, uno psicodramma.

Una non vede l’ora di fare un figlio per spianare il plafond della carta di credito nei negozi d’abbigliamento per nani, e si ritrova con un pugno di mosche in mano.

Ora, non dico che lo shopping materno non mi abbia dato e non mi stia dando soddisfazioni, però a girare per negozi, francamente, girano un po’ le balle.

L’invasione del rosa.

Rosa ovunque.

Entri e ti sembra di essere finita nella casa di Barbie.

Poi ruoti su te stessa a trecentosessanta gradi, alla spasmodica ricerca di qualcosa che si addica a quella povera creatura pisellomunita che hai messo al mondo, e finalmente lo vedi: l’angolo blu.

L’angolo, eh.

Ci tengo a sottolinearlo.

L’angolo.

Un negozio, costituito da quattro lati, quattro angoli ed una marea di scaffalature centrali.

Tutto rosa.

Per i maschi, l’angolo blu.

O, alle volte, il ripiano in basso.

Quello che se hai fatto il cesareo ti si riaprono i punti solo per abbassarti a cercare una felpa.

Oltretutto devi anche avere culo.

Perché nell’80% dei casi non troverai la taglia: “Eh signora mi spiace ma l’abbiamo finita”.

Capirai! Ci vogliono venti secondi netti per svuotare il reparto maschile!

Quello femminile, invece, è un labirinto senza fine.

Roba che ci ha messo meno Phileas Fogg a fare il giro del mondo (in ottanta giorni).

L’altro giorno sono andata nel reparto bambini di una grande catena di abbigliamento per cercare un regalino per il compleanno di una cuginetta: dopo sei ore stavano venendo a cercarmi anche i sommozzatori.

La roba era talmente tanta che non sapevo cosa scegliere. Affogavo negli scaffali.

Poi mi sono detta: “già che ci sono guardo qualcosa per il Nic”; l’assortimento prevedeva, in totale: tre magliette, due cardigan, tre felpe, due paia di jeans, tre varianti di pantaloni della tuta, un pack di body, un pack di calze dalle fantasie orribili, un giubbino ed una giacca semielegante. Stop.

Sono uscita per la desolazione.

Quello che rivolgo qui è dunque un accorato appello ai negozianti.

Datemi la possibilità di spendere.

Datemi la possibilità di sciabolare con la carta di credito come Zorro.

Concedetemi la soddisfazione di tornare a casa ed essere presa a bastonate sui denti da mio marito dopo aver ricevuto l’estratto conto.

O, perlomeno, toglietemi lo sfizio di poter stare imbambolata venti minuti davanti ad uno scaffale a scegliere fra venti tipologie diverse di magliette.

Datemi il beneficio della scelta.

Insomma, concedete anche ai noi povere mamme di maschi la soddisfazione di poter fare shopping.

Shopping soddisfacente, si intende!

[Nell’intervallo di tempo in cui ho scritto questo post, almeno trentadue mamme di figli maschi sono uscite da un negozio di abbigliamento per bambini a mani vuote o impugnando svogliatamente un magro bottino costituito da una tuta di un colore che nemmeno volevano e due body bianchi a costine.

Nel frattempo, alla mamma di una bambina è stata pignorata la macchina per rientrare del debito sul conto corrente mentre si stanno per sospendere le ricerche di un’altra mamma che, uscita a Pasquetta per comprare qualche vestitino estivo alla propria figlia, non ha più fatto ritorno].

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